Università Pontificia Salesiana - Roma


Certamen Apollinare Sindaco premiatiDal 5 al 7 settembre scorso i vincitori del Certamen Poeticum Apollinare 2014, Francesca Pellegrino e Mattia Zàccaro Garau (nelle due immagini insieme al Sindaco, dott. Giovanni Santo Porcu) sono stati ospiti, insieme ai loro accompagnatori, del Comune sardo di Galtellì, sede del Parco letterario “Grazia Deledda”.

Il Premio del Certamen è infatti costituito da un viaggio per il vincitore e un accompagnatore ad un parco letterario italiano, e grazie alla collaborazione della FSC e alla disponibilità dell’Amministrazione locale i due poeti, cui è stato assegnato ex aequo il Certamen 2014, e i loro accompagnatori, hanno potuto vivere un’esperienza davvero speciale di contatto con le origini ed il territorio ove visse ed operò la scrittrice Premio Nobel per la Letteratura, e di immersione nell’arte, storia e cultura di questa parte della Sardegna tradizionalmente nota anche per la grande ospitalità della sua gente.

Intanto è già stato da tempo ufficializzato il bando della edizione 2015 del Certamen, ed in Facoltà hanno cominciato a giungere le prime raccolte e poesie inedite inviate per il nuovo Premio. La FSC ringrazia l’Amministrazione comunale di Galtellì per la generosa accoglienza dei vincitori del Premio, nella disponibilità a continuare la proficua collaborazione che si è avviata.

Segue un testo/reportage scritto per l’occasione da Mattia Zàccaro Garau.

 

Galtellì a frammenti. Un reportage rapsodico di un viaggio letterario

E se da qualche parte del mondo si riesce a combinare quell’affascinante timore reverenziale nei confronti di ciò che è selvaggio ad una calma ospitalità serena, se voltando lo sguardo si può fluire dai gravi massicci del Gennargentu al verde sirena delle coste del Mediterraneo, se ti puoi accostare tanto al mistero quanto alla gioia – allora puoi fermarti a credere che sa petra istampata non sia soltanto un buco in una parete di roccia alta quaranta metri, frutto del gioco del caso dell’erosione carsica delle ere geologiche sul monte Tuttavista a seicento metri dal mare, in altezza ed in distanza, bensì un monumento divino, di un Giotto primitivo, di un Giotto fanciullino, che un giorno decise di aprire un varco, un occhio sul panorama delle Baronie, su quella che i galtellinesi chiamano la vera Sardegna, quella dei lecci e dei ginepri, dei coltelli e dei banditi, cinghiali e poiane, culurgiones e abbardente: quella delle canne al vento, quella di Grazia Deledda.

Galtelli 01

Qui, a Galtellì, ci si capita per strette strade strane, non si sta sulle grandi autostrade del turismo. E quella della poesia è una strada stretta, una strada strana; e forse proprio per questo la Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale, da endonauta in un mondo di cybernautica, ha sposato proprio la poesia con l’evento pulsante della Laurea Apollinaris Poetica, che mi ha portato in riva al fiume Cedrino in questo settembre.

Così sono arrivato a scoprire sede vescovile di quasi un millennio fa, «all’ombra del monte, tra siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e della Basilica pisana», San Pietro ed il suo campanile, così lontana e così vicina ancora dalle descrizioni deleddiane in cui ancora «cadeva in rovina; tutto vi era grigio, umido e polveroso: dai buchi del tetto di legno piovevan raggi di pulviscolo argenteo che finivano sulla testa delle donne inginocchiate per terra». E non si fa in tempo a giocare a figurarsi i personaggi di ‘Canne al vento’ camminare per le stesse strade dove si cammina, si gironzola rapiti da silenzi antichi nella casa che fu di Grazia, all’interno del parco letterario che le è stato dedicato, e da dove si intravede qualche anziana in nero, ricurva in nero, a ricordare passaggi di un libro letto e riletto, incastonati qua e là in targhe sui muri di Galte – che ancora altre domande si affollano: come è possibile che il più importante e completo ciclo pittorico medievale della Sardegna sia stato riscoperto sotto la calce proprio di questa chiesa, proprio in questo paesino di due migliaia di anime, non più di qualche decennio fa?, in quale dimenticatoio lasciamo cadere questi borghi gioiello, coccolati da qualche nicchia di appassionati?, come è possibile che Grazia Deledda sia ancora così colpevolmente assente dai programmi didattici del nostro paese, pur rimanendo l’unica scrittrice italiana ad aver vinto il premio Nobel, e proprio nell’anno, il 1927, in cui venne assegnato anche a Thomas Mann, se non conosciuto, quanto meno tanto più citato rispetto alla nostra?, e che cos’è questo profumo?

 

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Sì: perché non si dà terra sarda senza cibo sardo, come mi insegna la squadra di ciceroni che mi si fa compagna in giro per il paese ed i suoi dintorni, capitanata dal giovane sindaco coraggioso, Giovanni Santo Porcu, che fa della causa culturale di Galtellì una causa di vita. Ma di cibo non ne parlerò – perché se c’è una cosa che un reportage deve evitare, è quella di creare invidia; desiderio, voglia, richiamo, fascino, seduzione, addirittura forse anche tentazione, sì – ma invidia proprio no. Mi limiterò a dire, evitando foto di maialetti, di agnello in umido, di seadas, di ravioli, di pecorino, di pane lentu ripieno, di pane carasatu, e così via, che per una volta ancora posso veramente confutare, con prove certe, il becero slogan che con-la-cultura-non-si-mangia. Anzi: a Galtellì ho ancora meglio capito che proprio il cibo è cultura di tradizioni millenarie, e che la letteratura resta, a prova evidente di questo, uno dei cibi più graditi all'anima.

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Immagini di Iolanda Squillace e di Mattia Zàccaro Garau.




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