Università Pontificia Salesiana - Roma


tv e potereSvincolata da ogni responsabilità, lasciata in balìa della legge del mercato, soggetta ad un unico centro di potere, la tv italiana è diventata uno strumento "estraneo" al bene comune ed assente sotto il profilo educativo, culturale e civile.

Ormai da decenni si parla del potere dei mezzi di comunicazione (i "media") e, in particolare del potere attribuito alla televisione. "Potere", stando alle definizioni dei dizionari, significa "possibilità di fare qualcosa", ma anche "potenza", "forza" (Zanichelli). Nasce quindi la domanda sulla natura di tale forza e su chi venga esercitata. E la risposta corrente rimanda alla capacità di attrazione e di fascino della Tv e a quanti ne sono coinvolti, i telespettatori. Si tratta, evidentemente, di una risposta incompleta, come dimostra la grande quantità di studi e di ricerche sul potere televisivo. Ma più che di potere si dovrebbe parlare, al plurale, di poteri.
 

Il potere

Secondo Max Weber, il potere «è uno degli elementi maggiormente importanti dell'agire di comunità». Chi lo detiene, infatti, è in grado di orientare il comportamento di altre persone, di ottenerne consenso e "obbedienza". Potere di singoli individui o di gruppi, ma anche potere degli strumenti di cui essi possono disporre, dalle armi ai mezzi e alle tecniche di persuasione.

Tra gli strumenti di cui si avvalgono oggi i protagonisti del mondo economico e politico nella conquista del consenso, emergono con tutta evidenza i mezzi di comunicazione di massa, e in particolare la televisione, dotata di una straordinaria capacità (primo potere) di richiamo, di seduzione.

Gli studi sui media, dopo un andamento ondivago, sono giunti alla concezione degli "effetti forti", sostenuta dalla considerazione non solo di quelli immediati, ma anche, e soprattutto, di quelli a lungo termine, pur tenendo conto di tutti i fattori che intervengono nei processi cognitivi ed escludendo quella totale passività dei recettori che le prime teorie sui media avevano adombrato. Basti qui citare la teoria dell'agenda setting, secondo la quale i mezzi di comunicazione non influiscono direttamente sul pensiero del pubblico, ma stabiliscono l'agenda tematica alla quale il pubblico si adegua. In particolare diventa importante ciò che "passa" in Tv e la scala dei valori (o dei disvalori) condivisi viene determinata dallo spazio ad essi destinata. In altri termini, le scelte televisive incidono sul modo di pensare dei telespettatori.

Di fatto, alle straordinarie potenzialità di arricchimento culturale, di integrazione e di promozione sociale della Tv, si è sostituita la sua utilizzazione come strumento di canalizzazione manipolata del consenso, di narcosi individuale e sociale (divertimento, distrazione).

Sulla Rivista dell'AIART "La Parabola", il Presidente dell'Associazione e Vice Presidente del Comitato Nazionale Utenti, Luca Borgomeo, si è così espresso recentemente sulla Tv: «limitando il giudizio a quella italiana - viziata in radice da un granitico monopolio con le ambigue sembianze di un finto duopolio (Rai-Mediaset) - è di gran lunga peggiorata; (...) è ancor più degradata, diseducativa, poco degna di un Paese civile, offensiva dei telespettatori, che hanno diritto ad un'informazione corretta e ad un intrattenimento dignitoso».1 D'altra parte, ha scritto lo studioso di media e critico televisivo Aldo Grasso, «I nessuna parte del mondo esiste un'azienda che, grande e potente come la Rai, sia così al servizio dei partiti di maggioranza. In nessuna parte del mondo esiste un sistema televisivo come il nostro: tre e più reti a chi governa, tre e più reti (in quanto sue) a Silvio Berlusconi».2 Una televisione, si può aggiungere, che ha finito per plasmare una cultura sostanzialmente povera di capacità critiche, schiava dell'apparenza, dell'idolatria per l'effimero, l'emozionale, il consumistico, del dilagare della volgarità e della violenza. Con pesanti ricadute anche sul piano politico e religioso. Ma di fronte all'allarme, per quanto diffuso, prevale una logica spietata di potere che non ha esitato e non esita a far leva su un ipotetico scenario di libertà aperto dai new media e dalla Tv digitale, per ignorare (o giustificare strumentalmente) i problemi certi del presente e del futuro immediato.


Le responsabilità della Tv

tv_wall.jpgAlla considerazione della TV come grande occasione mancata o sprecata, vi è chi obietta, tuttavia, che "la Tv non deve educare": come se i programmi televisivi non fossero, in gran parte, la sede di una straordinaria, incessante proposta di modelli di comportamento che spesso confliggono con quelli "tradizionalmente" educativi e con le regole del vivere civile, a partire dalle massicce dosi di violenza gratuita e di volgarità.

Svincolata dalle responsabilità dettate dal suo potere di influenza, lasciata in balia della "legge del mercato" come una qualsiasi attività d'impresa, quindi al dilagare di una quantità smisurata e disordinata di pubblicità palese e occulta, e soggetta allo spregiudicato uso prima economico e poi anche politico da parte di un unico imprenditore - oggi capo del Governo - del tutto indifferente al gigantesco conflitto di interessi che lo riguarda, la televisione è diventata uno strumento sempre più estraneo al bene comune, e sempre più assente sotto il profilo educativo, culturale, civile.

Se è indubbio il potere di richiamo del mezzo televisivo, è altrettanto indubbio il potere di chi può servirsene a proprio vantaggio. Bisogna quindi avvertire l'ipocrisia di quanti, a scarico di ogni responsabilità, sostengono che l'influenza della televisione dipende dall'uso che se ne fa, riferendosi unicamente all'uso a valle: la libertà di telecomando dei telespettatori. Ma i primi che usano la televisione sono coloro che gestiscono le reti e ne decidono la programmazione. Se poi l'intero sistema propone un'offerta omogenea, ben si vede come la libertà di telecomando sia meramente fittizia e l'invocarla ipocrita.

Anche l'esperienza comune attesta l'importanza di ciò che "passa" in Tv e della scala dei valori (o dei disvalori) determinata dallo spazio televisivo dedicato a fatti, temi, opinioni. Bastino esempi molto semplici: la Rai, risucchiata nel gorgo della logica commerciale, che dedica quattro serate a "Miss Italia", esibizione di corpi usati e venduti come merci; il direttore di un telegiornale come Emilio Fede che attacca sistematicamente uno schieramento politico ed esalta quello contrapposto; i "processi" televisivi" che anticipano (e condizionano) quelli da celebrare nelle aule di giustizia; le trasmissioni, in particolare i "reality show", che - mescolando personaggi sconosciuti, campioni olimpionici, soubrette fallite a pornoattori - alimentano quella ricerca di visibilità che spinge soprattutto i giovani a comportamenti trasgressivi e violenti (con la complicità di nuovi canali come "You Tube"); i fatti di cronaca (violenze, stupri, immondizie) che compaiono sui teleschermi o ne spariscono a seconda che ciò convenga o meno a chi governa o vuole governare, diffondendo paura o, al contrario, senso di sicurezza.

Ma oltre al potere di attrazione proprio del mezzo e a quello d'influenza di quanti lo detengono e lo usano, esiste anche nelle mani di costoro un potere di baratto: consentire l'ambita apparizione sui teleschermi in cambio di prestazioni anche infami. Le cronache recenti hanno mostrato con chiarezza come questo potere possa essere sfruttato: "veline" sistemate in trasmissioni televisive o attricette collocate nei cast di telefilm in cambio di prestazioni sessuali o per corrompere dei parlamentari.


Poteri e non solo potere

Dunque poteri e non solo potere della televisione: una ragione di più per considerare quello del sistema televisivo come un problema fondamentale per il Paese, per le sue incidenze educative, culturali, politiche. Per non abbandonarlo, quindi, a se stesso o permettere che sia preda di individui o gruppi che ne fanno uno strumento che ostacola il bene comune; e per non perpetuare un errore gravissimo del quale, in Italia, tutte le forze politiche, sia pure in misure differenti, si sono rese responsabili. Non siamo solo in presenza di una televisione deficiente o sprecata, ma anche, e soprattutto, di una televisione che impoverisce o corrompe il patrimonio culturale, influenza a senso unico l'opinione pubblica e mina in radice, quindi, il funzionamento del sistema democratico.

Non si tratta, certo, di invocare censure o di attribuire alla sola televisione fenomeni che hanno alla base anche altre cause; ma di promuovere un senso di responsabilità oggi largamente assente, assicurare pluralismo ad un sistema che influenza profondamente la formazione dell'opinione pubblica, evitare che la caccia all'ascolto favorisca una programmazione che esalta, fino all'esasperazione, la ricerca della notorietà, del successo, della ricchezza "non importa come", recuperare la straordinaria capacità di umanizzazione di un mezzo ormai strettamente legato alla nostra vita. E, al tempo stesso, di sviluppare un sistema educativo capace di rispondere ai problemi posti da questa ineludibile presenza.

 

[da "Il Telespettatore", n. 2 - Febbraio 2009]

1 L. Borgomeo, Tv: un potere senza responsabilità, "La Parabola", n. 12, maggio-giugno 2008, p. 5.
2 A. Grasso, su "Corriereconomia" del 29 settembre 2008.




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