Università Pontificia Salesiana - Roma


Giovanni BechelloniNell'incontro di formazione per i dottorandi della Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale - "La buona comunicazione e i suoi nemici" - il prof. Bechelloni ha proposto una panoramica di riflessioni e suggestioni per ripensare alla comunicazione nel suo significato più autentico e generativo.

Bechelloni ha aperto l'incontro dell'11 gennaio 2010 con i dottorandi e gli studenti della FSC, dando una bella testimonianza sulla comunicazione vista con gli occhi di un sociologo che prima di tutto è un uomo coraggioso. Coraggioso perché ha iniziato con il parlare apertamente di se' e di quelle che sono state le sue principali ‘tappe' di formazione esistenziale, poiché - sempre - comunichiamo ciò che autenticamente siamo andati costruendo nella nostra vita. Nella sua storia personale vanno dunque ad innestarsi fasi evolutive che comprendono una formazione cattolica anche ‘militante', un'esperienza politica significativa negli anni della rivoluzione studentesca ed una storia privata che lo porta ad un lavoro di introspezione dal quale trarrà ulteriore forza intellettuale e umana, "un'analisi del testo che ciascuno di noi è", come ha voluto sottolineare.

Ma chi è il sociologo e in quale rapporto si trovano oggi i sociologi con la comunicazione? La sociologia storicamente si interessa di comunicazione perché questa è un'attività tipicamente umana che implica i temi dell'identità e della relazione con l'altro. Ma i rapporti tra sociologi e comunicazione non sono più così buoni come all'epoca della Scuola di Chicago perché recentemente in molti hanno preferito prendere le distanze dall'abuso di quella diffusa ‘cattiva' comunicazione che purtroppo spesso vediamo amplificata dai mass media (ne parla Katz nel suo libro ‘Why Sociology abandoned communication'). E parlando della tematica dell'altro, Bechelloni si è soffermato insistendo sul fatto che proprio in questa definizione si celi un equivoco di fondo: l'altro non è l'uomo di una cultura distante dalla nostra, l'altro è prima di tutto, qualcuno che ci sta vicino, l'altro è nostro fratello e forse abbiamo perso la capacità di comunicare con chi ci è più prossimo (ne sono una prova gli innumerevoli conflitti interetnici).

Chi è stato dunque testimone di una buona comunicazione? Gesù con la sua buona novella perché diffonde con la parola e l'esempio il suo messaggio di verità e Socrate che, allo stesso modo, parlava di bene comune e che come Cristo viene condannato a morte. Se nel concetto evoluto di ‘persona', di ‘dialogo' e di ‘nomos' (intesa come legge degli uomini) si trovano le chiavi della buona comunicazione che caratterizza gli esseri umani in quanto tali (che si distinguono per essere terrestri, mortali e soprattutto capaci di apprendimento) quali sono i nemici? Bisogna ricordare prima di tutto che il male esiste e va fronteggiato, come ci ha ricordato anche Obama nel suo discorso per il Nobel. I nemici non sono dunque innocui fantasmi come potrebbe suggerire il relativismo figlio di quella postmodernità che sembra aver sdoganato egoismo, antisocialità, antistoricità e antitrascendenza. I nemici sono concreti e lavorano affinché la comunicazione - in origine ‘pratica' per risolvere i contrasti - finisca invece con l'accendere conflitti. E i primi a rendersi - più o meno consapevolmente - partecipi di questa distorsione sono proprio coloro che fanno informazione (e i gruppi di potere loro sottesi) poiché danno risonanza mediatica al ‘male' (dal fenomeno del terrorismo italiano degli anni di piombo al più recente terrorismo internazionale) che da questo clamore trae forza diffondendo paura e insicurezza.

Ma chi sono in sostanza i nemici della buona comunicazione? Menzogna, ignoranza e violenza. Mentre sulla violenza - fisica e simbolica - c'è sostanzialmente un accordo sociale che tende ad isolarla e condannarla, sulle altre due rimangono sospese delle ombre, poichè spesso sono difficili da identificare e, quindi, da combattere. La menzogna è soprattutto il non dire, il nichilismo, il populismo, il tradimento, ma anche certe forme di ironia e sarcasmo, quando non addirittura farsa. L'ignoranza è sostanzialmente l'uso delle parole senza più referenti di significato, una forma di inconsapevolezza che non permette più di distinguere l'ignoranza dalla non ignoranza. Per contrastare la menzogna bisogna ripartire - oltre che dagli studi - dai nuclei socializzanti fondamentali, quelle bugie dei bambini che spesso vengono liquidate con eccessiva noncuranza dagli adulti e che forse sono i primi segnali di una distinzione profondamente radicata tra una verità che non piace e la preferenza verso una menzogna che appaga e che meriterebbe di essere invece approfondita e guidata, come sempre a cominciare da un sano esercizio della virtù che trascina più di mille parole.

Dopo aver generosamente presentato una nutrita bibliografia che ha toccato tanti temi di interesse per chi si occupa di informazione, dialogo interculturale e mass media (da ricordare il testo di Schudson ‘Perché la democrazia ha bisogno di una stampa scomoda') si è passati ad un breve scambio di battute con i dottorandi mirate a comprendere con quali armi contrastare i nemici della buona comunicazione. Una risposta tra le tante viene citata da Bechelloni in riferimento ad un passo di René Girard che dice "dove massimo è il pericolo, lì è la salvezza". Evidentemente per fare una buona comunicazione in una società complessa come la nostra, c'è bisogno non solo di persone molto preparate, ma anche e soprattutto di persone coraggiose.

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