Università Pontificia Salesiana - Roma


public relationsGiornalisti, pubblicitari, relatori pubblici, marketing manager alla ricerca di una nuova identità di ruolo.

La fruizione dei ‘testi mediali’ – qui intesi come qualsiasi racconto rappresentativo di sé che qualsiasi soggetto può mettere in piedi attraverso la molteplicità degli strumenti comunicativi - non è passiva, ma attiva. L'emittente deve poter serenamente accettare, in rapporto al ricevente, che 1 + 1 non fa 2, ma 3 (un di più che non necessariamente significa meglio, ma significa ‘altro’ rispetto a ciò che comunemente ci si aspetterebbe), vale nelle relazioni interpersonali come in quelle tra imprese, enti etc, dal momento che poi sempre questi rapporti si traducono in una relazione tra persone (addetti ai lavori, stakeholder). Si può delineare un obiettivo da perseguire, avendo però ben chiara l'idea che l'obiettivo non solo non è garantito dall'investimento, ma è inevitabilmente destinato a trasformarsi attraverso gli scambi che intercorranno tra i diversi soggetti partecipanti al ‘piano’.
 
E qui è in gioco il concetto stesso di pianificazione che non può più essere evidentemente blindata o granitica (e messa in ‘budget’) ma deve potersi evolvere in un raccordo costante e continuato con un'analisi interdisciplinare del processo di comunicazione in corso, impiegando una metodologia di ricerca quali-quantitativa completa e rigorosa. Auspicabilmente evitando le distorsioni pre-confezionate di ricerche (o ‘ricerchine’) mirate solo, in ultima istanza, a preservare incarichi e poltrone a discapito dell'unica opportunità intelligente: un quadro realistico sul quale poter fare riflessioni concrete. É qui che si consuma lo ‘scollamento’ dalla realtà, il gap tra i comunicatori e la gente, una forbice che si è allargata a dismisura e che ha completamente fatto saltare il patto implicito di rappresentatività che le persone (in era pre-global e pre-internet) hanno sempre delegato alle istituzioni, ai media, alle rappresentanze politiche e sindacali. La gente oggi si rappresenta da sola anche in quella varietà identitaria che Maffesolì accarezza quando parla di tribalismo e nomadismo affettivo. Perché ha maturato consapevolezza e strumenti più di quanto siamo disposti a concederle e tende a ‘svicolare’ dal sistema. Anche se il cammino verso una partecipazione più ampia è ancora lungo e manca la capacità di darsi una ‘struttura’, poiché laddove questa subentri inevitabilmente entrerebbero in gioco i capitali e chi vi sta dietro.
 
Non abbiamo più grandi punti di riferimento, i parametri di segmentazione si sono da tempo svuotati di senso, allora cosa rimane del nostro lavoro? Forse la capacità di osare, di mettersi in gioco, il coraggio di esporsi e, senza paura, rimettersi a studiare, stare tra la gente, abbracciare la complessità dei contesti e coglierne i pattern più significativi in un processo di formazione, sperimentazione e analisi permanente.
 
Intanto mi piace pensare che l'etichetta dei comunicatori lasci spazio a quella dei dialogatori. Un po' come spogliarsi di tutta quella terminologia bellica tanto cara al business. Apprezzo e condivido l'idea di uno spazio di relazione che rieccheggia "l'economia delle esperienze" di Pine e Gilmore. E qui mi ricollego alla 'monetizzazione' dei risultati degli investimenti in comunicazione. Rimarrà comunque sempre più difficile comprendere pienamente (e quindi monitorare precisamente) come viene a modificarsi la percezione presso i molteplici e variegati influenti e portatori di interesse in questo scenario di complessità. Anche perchè i tempi e i costi di un lavoro di qualità (ricerche longitudinali, analisi del contenuto) sono impegnativi e l'ansia di verificare il rapporto costi/benefici da parte di chi sta sul mercato è sempre più elevata.
 
Capisco che sia uno strumento di grande evidenza, ma alla luce di quanto già detto non credo che la ´copertura stampa´ rappresenti più un indicatore di indiscussa eccellenza e affidabilità come lo è stato in passato e questo di nuovo riflettendo sull'impatto che i social media stanno dando alla generazione - o meno - del consenso. Non voglio fare politica, ma l'esito di queste elezioni la dice lunga in tal senso.
 
Complessità e velocità inevitabilmente fanno rimanere indietro, forse bisogna accettare questo fattore e muoversi su una ‘vision’ più ampia, meno ‘costretta’ dalle quotazioni in borsa o ‘affannata’ dalla rincorsa del ‘clima’, politico e di opinione. Certo, la tentazione di stare al passo copiando modelli di gestione made in Usa è forte. Così facendo però si dimentica che l'Italia è un altro paese. Il confronto internazionale è necessario e stimolante, ma le radici culturali sono quel tessuto sul quale si tesse ogni giorno quel dialogo sul quale penso sia ancora interessante (e utile) riflettere.

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