Università Pontificia Salesiana - Roma


fratel carlo zacquiniEra il 1965 quando per la prima volta Carlo Zacquini, missionario della Consolata, incontrò la popolazione indigena degli Yanomami, in Amazzonia.

Da allora sono passati più di quaranta anni, e fratel Carlo, cosi preferisce essere chiamato da tutti, si batte ogni giorno per la tutela e la sopravvivenza di questo antico popolo.

L'avventura di fratel Carlo si è trasformata in un incontro - dibattito sul futuro delle popolazioni indigene amazzoniche svoltosi mercoledì 16 aprile presso la sede della mostra "Con gli occhi di un bambino", al Palazzo della Cancelleria a Roma. Un'occasione importante che ha inoltre permesso, attraverso fratel Carlo, di far conoscere più da vicino ciò che realizza quotidianamente la Conferenza Episcopale Italiana grazie all'8xmille alla Chiesa Cattolica.

 

Fratel Carlo, può raccontarci come è avvenuto il primo contatto con gli Yanomami?

«Inizialmente arrivai in Amazzonia per sostituire un missionario. Quando scoprii che in realtà non sarebbe più tornato, decisi di stanziarmi e di iniziare a conoscere meglio questo popolo. Non avevo portato niente con me perciò la cosa più difficile fu adeguarmi al loro stile di vita. Non sapevo parlare la loro lingua ma grazie ai gesti e alla loro grande ospitalità, iniziai pian piano a comunicare. Solo dopo qualche mese scoprii che si facevano chiamare Yanomami».

 

Quali sono state le prime cose che ha imparato?

«Ho appreso un modo nuovo di vivere la mia vita. Gli Yanomami non hanno il concetto di "proprietà privata" come la intendiamo noi, poiché tutto quello che hanno fa parte della comunità. Inoltre sono delle persone molto solari. Non conoscono lo stress della città o della vita frenetica. La loro esistenza è scandita dai ritmi della natura, con cui hanno un rapporto molto stretto. Negli anni ho studiato i loro usi e costumi, scoprendo un sistema sociale affascinante, intriso di sciamanesimo e mitologia».

 

In quale situazione vivono oggi gli Yanomami?

kaibola«Oggi le cose sono profondamente cambiate. Da due decenni a questa parte la vita sembra migliorata anche se la situazione sanitaria è da sempre precaria. I luoghi in cui vivono sono accessibili solo attraverso i fiumi o spesso per via aerea, anche se l'isolamento è ancora oggi il loro punto di forza. Dobbiamo pensare infatti agli Yanomami come ad un popolo vergine. In passato il contatto con persone provenienti dalle città provocò una serie di contagi che decimarono la popolazione. Malattie della pelle, ma molto più spesso la malaria, attaccarono un popolo privo di difese immunitarie. Oggi, grazie alle diocesi del luogo, riusciamo a raggiungerli e a prestare loro soccorso medico. La comunicazione è comunque il primo scoglio da superare, se si pensa che ancora oggi esistono 287 diverse lingue indigene».

 

Come si è concretizzato l'aiuto ricevuto dal'8xmille alla Chiesa Cattolica?

«La Chiesa, grazie al Servizio per la promozione del sostegno economico della CEI, ci ha aiutato in più di una occasione avviando progetti di formazione e assistenza sanitaria. Ad esempio abbiamo insegnato alla popolazione da usare il microscopio per scoprire nel sangue i segni della malaria, sia per prevenirla che per curarla. La nostra attenzione si è però spostata anche alle problematiche più attuali. Dato che oggi molti indigeni si sono insediati nelle città, ho proposto di istituire un progetto per combattere i fenomeni di razzismo nei loro confronti. Bisogna imparare a conoscere queste popolazioni e a rispettare la loro cultura».

 

Qualcuno potrebbe avanzare l'ipotesi che l'unica speranza di sopravvivenza per gli Yanomami sarebbe quella di integrarsi totalmente con la nostra società. Quale è, secondo lei, il modo migliore di rapportaci con loro?

«Una cultura non è una cosa che si distrugge con tanta facilità. Tutti i popoli hanno diritto ad una vita propria, e gli Yanomami non sono un popolo imbalsamato. Il loro isolamento fa parte di un retaggio culturale radicato ma non immodificabile. Io mi impegno da anni proponendo dei piccoli stimoli e dandogli la possibilità di scegliere la loro strada. Spesso il governo brasiliano ha dichiarato di provare simpatia per i popolo indigeni, ma nella pratica fatica a far rispettare le leggi a loro tutela. Spero che attraverso la mia testimonianza la società capisca la ricchezza culturale di questi popoli e impari a rispettarli».

 

cusaueta.jpgPer maggiori informazioni sulle opere realizzate grazie all'8xmille alla Chiesa Cattolica si può visitare il sito www.8xmillegiovani.it.

Per chi volesse avvicinarsi al mondo del volontariato cristiano e della cooperazione con i popoli dei Sud del mondo può contattare l'associazione Volontari nel Mondo - FOCSIV.

 

 

 

 

 




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