Università Pontificia Salesiana - Roma


Don Luciano BacaleDon Luciano Bacale, studente africano della nostra facoltà, è stato nominato parroco in una frazione dell'Aquila il giorno prima del terremoto del 6 aprile 2009. Da allora ha vissuto con la sua gente il dramma della distruzione, del lutto, ma anche la speranza nella ripresa e la rabbia per le ingiustizie. Vi proponiamo di seguito l'articolo che ha scritto per il numero del 4 aprile 2010 del settimanale "Famiglia Cristiana".

 

Don Luciano Bacale Efua, parroco africano di Bagno 

UN ANNO DOPO SIAMO IN BALÌA DEGLI AVVOLTOI
«È UN GRANDE SUPERMERCATO PER IMPRENDITORI. BALLIAMO SU UN MAGMA DI CONFUSIONE. MA IO SONO PRETE E SONO NEGRO».

Don Luciano BacaleCe l’ho con tutti e anche con me stesso. Cosa ho fatto in questo anno? Ho camminato e protestato. Forse non l’ho fatto abbastanza. Dai giorni della tragedia sono diventato un itinerante. Ho dormito in otto luoghi diversi: auto, tenda, container, case dl amici perché nel container sono gelati I tubi. Le case sono venute giù perché erano fatte male. Ho visto gente che andava di notte con la mazza e il piccone ad allargare le crepe quando il Governo cominciò a parlare di indennizzi al 100 per cento, ma adesso non lo ricorda più nessuno.

Sono un prete, sono un negro e amo la verità. Tutte cose che qui ti fanno passare per matto o per bandito. Un giorno mi hanno tolto la tenda dove celebravo la Messa, perché Berlusconi aveva deciso per la tolleranza zero circa le case di stoffa. Niente tende, solo case. Ho messo l’altare sulla strada, le statue dei santi, e ho celebrato una Messa solenne anche con il turibolo e l’incenso, bloccando Il traffico. Sono testardo e negro. Non mi vergogno. Ho visto un giorno un predicatore canadese che andava in giro dicendo che il terremoto è un castigo di Dio e che dovevamo convertirci. Il vescovo non ha gradito. Ma il terremoto è un castigo di Dio oppure è un castigo che ci siamo cercati noi uomini? Io non sono d’accordo con chi domanda a Dio: «Padre, perché tutto questo?». Andate a vedere sotto la Casa dello studente e studiate i guai degli uomini che sbagliano progetti e dimenticano pilastri. Dio non c’entra.

Adesso tutti abbiamo paura, perché la Terra ha parlato. Ma noi come abbiamo risposto fin qui al grido della Terra? Evviva l’emergenza! Adesso nel container con i tubi finalmente sghiacciati ho dato ospitalità a una famiglia di Otto persone, poveracci cacciati dall’albergo non si sa perché. Lì dentro siamo come le marmotte. Il giorno prima del terremoto sono stato nominato parroco a Bagno, una frazione sulla collina. Dovevo andare a vedere la mia nuova canonica. Non ho fatto in tempo. Comunque ho scelto di vivere nella tendopoli con la mia nuova gente che neppure conoscevo. Bertolaso l’11 maggio ha chiesto ai preti di tenere calma la gente nelle tende, ci ha promesso una chiesa accanto alle nuove case. Ancora le stiamo aspettando. Io a Pianola l’ho avuta, ma sono testardo e sono negro. Alla fine mi ha dato anche i mobili del G8 per la sagrestia. Al Consiglio comunale abbiamo chiesto insieme al nuovo vescovo ausiliare di accelerare i tempi burocratici per permettere alla Caritas di realizzare i progetti nelle parrocchie e tenere vicina la gente. Ci hanno detto di aspettare 20 giorni per via della campagna elettorale. Un assessore ha chiesto all’architetto della Caritas i soldi per realizzare giardini. Ma la priorità all’Aquila sono i giardini?

Ho chiesto una casa alla Protezione civile. Mi hanno risposto che loro sono venuti per aiutare la gente. I preti sono cittadini come gli altri o una razza strana che servono quando servono? Un anno dopo siamo in balìa degli avvoltoi, un grande supermercato per molti imprenditori. Balliamo su un magma di confusione, nuotiamo in un oceano di disperazione. Ce l’ho con tutti, anche con me stesso. Ma sono un negro, un prete negro. No, non torno in Africa. Voglio la verità, perché amo questa gente.

DON LUCIANO BACALE EFUA

fonte: "Famiglia Cristiana" 4-4-2010

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