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Il futuro è già qui

La condizione dei minori nel post-Covid, tra disuguaglianze e aumento della povertà.
  18 novembre 2021

Il 20 novembre ricorre il 32°anniversario della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dall'Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176.  La Convenzione ha inciso sulla coscienza collettiva, accentuando la sensibilità nei confronti della persona minore di età, riconoscendole i fondamentali diritti dell'essere umano e una tutela particolare.  

È anche grazie alla Convenzione che oggi parliamo di "promozione" dei diritti dei minori e si è in grado di porre le persone di minore età al centro del pensiero politico e della società.  

L'Italia non è un "Paese per bambini"

 A lanciare l'allarme è Save the Children, che con la XII^ edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia, traccia una panoramica sulla condizione dei minori nel 2021, tenendo conto dell'impatto del COVID-19 ed evidenziando le sfide più urgenti da affrontare per un futuro senza più disuguaglianze.

Il quadro che emerge dal rapporto racconta di una realtà profondamente segnata da diseguaglianze educative, sociali, economiche e geografiche, che anche a seguito della pandemia appaiono sempre più marcate, e dove le opportunità di sviluppo variano molto in base al luogo in cui si cresce.

In particolare, la fotografia scattata dall'Atlante è quella di un'Italia che invecchia rapidamente, colpita da un forte calo della natalità e in cui il numero dei minori in povertà continua ad espandersi vertiginosamente.

Secondo i dati contenuti nel rapporto, nel nostro Paese, negli ultimi 15 anni, la popolazione di under 18 è diminuita di circa 600mila minori e nello stesso arco temporale la povertà assoluta è aumentata notevolmente, raggiungendo la quota di un milione di bambini e ragazzi in più che si trovano in condizione di miseria assoluta, senza lo stretto necessario per vivere dignitosamente.

Così, negli ultimi 15 anni la povertà assoluta ha visto un continuo incremento: un lieve miglioramento si è registrato solo nel 2019, grazie all'entrata in vigore del reddito di cittadinanza, ma nel 2020, con la crisi scatenata dalla pandemia, la povertà assoluta è tornata a crescere, raggiungendo il valore più elevato dal 2005.

Precisamente, nell'anno della pandemia, i minori in povertà assoluta hanno toccato la cifra record di 1 milione e 336mila (con un’incidenza pari al 13,5%), ben 200mila in più rispetto all'anno precedente: si tratta di una vera e propria emergenza, con un minore su 7 che nel nostro Paese non ha accesso a beni e servizi essenziali.

Povertà educativa e disuguaglianze

Le conseguenze, come rivelano i dati, sono purtroppo drammatiche: basti pensare alla quota di Early leavers from education and training – ossia di giovani nella fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni – che ha raggiunto il 13,1% (contro una media europea del 9,9%) o al tasso di NEET – giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non sono inseriti in alcun percorso di formazione – che è arrivato al 23,3%, ossia il più alto in Europa (a fronte di una media europea del 13,7%). Dati che continuano a penalizzare fortemente l'Italia, ponendola in una posizione di retroguardia rispetto alla media europea.

L'Atlante, inoltre, mostra che le diseguaglianze e la povertà educativa condizionano la vita dei minori sin dalla primissima infanzia: in Italia solo il 14,7% dei bambini nella fascia 0-2 anni – ossia uno 1 su 7 – usufruisce di asili nido o servizi integrativi per l'infanzia finanziati dai Comuni. Un dato ancora troppo esiguo, dietro al quale si celano enormi divari nell'offerta territoriale: ad esempio se in Calabria solo il 3,1% dei bambini ha accesso al nido e in Campania il 4%, nella provincia di Trento questa stessa opportunità è offerta al 30,4% dei bambini e in Emilia Romagna al 28,7%.

Tuttavia, le disuguaglianze continuano a persistere anche con il crescere dell’età.

In Italia, nella scuola primaria pubblica, il 73,7% degli studenti non frequenta la scuola a tempo pieno, accumulando così alla fine di questo specifico ciclo di istruzione, un anno di scuola in meno rispetto a chi fruisce del tempo pieno. Non si tratta, però, solo di una questione legata alla quantità. Trascorrere buona parte della giornata in un ambiente scolastico positivo e di qualità, dove poter far laboratori o attività sportiva rappresenta, infatti, il miglior modo per combattere la povertà educativa e aiutare i bambini a sviluppare il proprio potenziale.

 

Sul fronte dell'istruzione, dall’analisi degli ultimi test Invalsi emergono anche cali dell'apprendimento su cui certamente ha influito il lungo periodo di chiusura delle scuole durante la pandemia.

Nell’ultimo anno delle scuole superiori, la dispersione implicita – ovvero il mancato raggiungimento del livello sufficiente in italiano, matematica e inglese – è salita al 9,5% su base nazionale. Questo significa che quasi 1 studente su 10, pur non essendo formalmente disperso, è uscito dalla scuola senza le competenze fondamentali e, quindi con il forte rischio di non avere prospettive di inserimento nella società così diverse da chi non ha invece portato a termine la scuola secondaria di secondo grado.

Anche rispetto alla dispersione implicita, si osservano, però, significative variazioni su scala regionale: nel Nord solo il 2,6% dei diplomandi è risultato in dispersione implicita, al Centro l’8,8%, e nel Mezzogiorno il 14,8%.

I dati INVALSI, inoltre, hanno mostrato che se la crisi ha colpito e messo a dura prova tutti gli studenti, a subire le conseguenze più gravi sono stati soprattutto i bambini e i ragazzi che già vivevano in una condizione di svantaggio, i quali hanno sperimentato maggiori difficoltà nel seguire la didattica a distanza a causa della mancanza di strumenti, di condizioni idonee e di supporto in casa. A conferma di ciò, i punteggi medi dei test in italiano e matematica hanno rilevato risultati decisamente peggiori per ragazzi provenienti da famiglie di livello socio-economico basso o medio basso.

Il PNRR: punto di svolta per invertire la rotta

Il documento, combinato alla nuova programmazione dei fondi europei e alla Child Guarantee, prevede un investimento complessivo sull'infanzia che non ha precedenti dal dopoguerra ad oggi. Ma se l'impiego di queste risorse sarà volto a rafforzare solo i territori più attrezzati e verrà tutto deciso dall'alto, senza un coinvolgimento delle comunità locali e degli stessi ragazzi e ragazze, il rischio reale è quello di migliorare gli indicatori nazionali senza tuttavia ridurre – anzi aggravando – le disuguaglianze. È un rischio concreto, se si considerano i primi bandi sugli asili nido che hanno tagliato fuori molti territori più deprivati.

Il PNRR deve e può rappresentare una nuova direzione di marcia per il paese ma è necessario che i diritti di tutti i bambini, le bambine e gli adolescenti – nessuno escluso – siano messi al primo posto delle politiche.

 

prof. Andrea Farina

Facoltà di Scienze dell'Educazione